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ABBIAMO CREATO DEI MOSTRI: L’ALTRA FACCIA DEL CATCH & RELEASE

Scritto da Federico Ielli.

Noi italiani siamo maestri -e anche un po’ provinciali-, nell’abusare della terminologia anglofona, tanto da renderla ormai parte integrante del nostro vivere quotidiano. Il termine inglese è molto più ridondante e sonoro, ma anche più esplicativo alle volte: vuoi mettere pronunciare “catch & release” al posto di “cattura e rilascia”? E’ tutta un’altra cosa. Eppure il significato è il medesimo, spesso accorpato ad un’immagine di una mano che stringe (delicatamente) una pesce nella fase del rilascio. Ecco, il rilascio del pesce vivo è diventata una filosofia comportamentale per certe categorie del mondo della pesca, alle volte quasi integralista. “Come, tu non rilasci le catture? Allora sei bollato a vita” Questa è un po’ la sostanza. Certo, il pescatore è il giudice supremo, il super predatore che ha potere di vita (rilasciare) o di morte (trattenere) il pescato. Il fatto è che, spesso, troppo spesso, non si sa cosa accade al pesce rilasciato. Tutto quello che viene insegnato nei vari Forum, sulle riviste di settore e compagnia bella, per altro istruttivo e condivisibile, ha realmente un senso se non effettuato correttamente? In altre parole, ma siamo così sicuri che il nostro modo di rilasciare le prede sia corretto e che poi……non avvenga l’irreparabile. Chi rilascia è soddisfatto, tanto gli hanno insegnato che è questo il fine ultimo che fa seguito alla cattura. Rilasciare quanti più pesci possibile, magari tutti, poi non importa quel che succede dopo, avremo comunque contribuito ad avere più pesci (potenzialmente più grandi) nell’acqua e magari ci sentiremo bene con noi stessi, partecipi nella salvaguardia di una specie ittica a rischio. Mai sentito parlare di mortalità differita da slamatura? Le riviste scientifiche americane -guarda caso- sono piene di articoli sulla mortalità da slamatura: da esca naturale, da esca artificiale, da mosca, con ami tripli (ancorette) con e senza ardiglioni, da amo singolo con e senza ardiglione e così via. Ma le loro popolazioni ittiche e i loro ecosistemi sono sensibilmente differenti dai nostri. Siamo sicuri, visto che non abbiamo (o ne abbiamo pochissimi e datati) studi di settore italiani, fatti su specie ittiche italiane e su ecosistemi specifici, che le conclusioni nei confronti di una popolazione selvatica di trota iridea, Oncorhynchus mykiss, siano equiparabili a quelle una popolazione nativa di trota marmorata, Salmo “trutta” marmoratus ? Direi proprio di no. Allora che dobbiamo fare? Trattenere i pesci? No, neppure così va bene. I Latini sostenevano: “in medium stat virtus”, che significa che la virtù è nel mezzo o, in soldoni, che bisogna non esagerare, né da una parte, né dall’altra. Quindi il “No Kill” (anch’io mi sono lasciato prendere dall’entusiasmo) va benissimo, ma fatto con regole ferree e non come pratica fine a se stessa. D’altra parte anche oltre oceano hanno da tempo capito che un moderato e controllato prelievo è importante per non favorire derive genetiche all’interno di una popolazione ittica. Lodevoli appaiono anche gli insegnamenti delle pratiche di rilascio, che sempre più frequentemente si possono trovare in alcuni Siti di pesca con le esche artificiali, come ad esempio in quello della neonata “Esox Italia”, ma che vengono anche trattati da esperti di settore in alcuni Forum e Conferenze. Tuttavia resta il fatto che molto spesso ci si trova di fronte a realtà imprevedibili. Ad esempio: una trota viene ferita profondamente sul palato da uno degli ami dell’ancoretta e sanguina copiosamente. Che fare? La slamatura avviene correttamente, ma la trota non si riprende, oppure fatica a tenere l’acqua, anche dopo opportuna riossigenazione. Naturalmente occorre valutare bene caso per caso, ma ce ne sono alcuni per i quali il rilascio è una perdita di tempo: il pesce è destinato a morte quasi certa. Allora meglio sacrificarlo, subito, limitandone le probabili sofferenze. Stiamo trattando di situazioni che, comunque, sono tutt’altro che infrequenti per chi pesca con le esche artificiali e avvengono indipendentemente dall’utilizzo dell’amo singolo privo di ardiglione o dell’ancoretta. Non mi soffermerò più di tanto su questo argomento, meritevole magari di più approfondimento. Voglio invece sospingere l’attenzione dei lettori verso un altro problema, che riguarda una casistica assai più recente e in forte incremento. Quello della pesca in periodo di divieto. Purtroppo è sempre più frequente vedere sui Forum fotografie di pesci (in particolare grossi lucci o trote marmorate) pescati in periodo riproduttivo. A parte il fatto che si tratta di reato perseguibile penalmente, resta l’amaro in bocca di aver generato dei mostri. Con la scusante del fatto che “tanto io rilascio tutto”, ci sono pescatori (pescatori?) che si sentono in diritto di dribblare le regole, insidiando lucci e trote marmorate in pieno periodo di divieto, solo per farsi belli nel Forum “X” o in quello “Y”, con la pubblicazione di relativa foto per fare invidia ad amici e no. Bella roba, brutta storia. Il fatto è che il malcostume è dilagante e si assiste spesso ad una diatriba da Forum, nella quale il colpevole estremizza a tal punto la sua posizione da ritenersi nel giusto. Questo, oltre ad essere il frutto di una mente malata, è diseducativo, con il rischio di creare un effetto emulativo in chi legge, soprattutto nei più giovani. La mia vena polemica non è casuale. Gli artefici di queste bravate dovrebbero mettersi in testa che con le loro azioni, non solo  danneggiano, spesso irrimediabilmente, la frega di una grossa trota o di un grosso luccio (lo sfinimento da cattura, i rimaneggiamenti e le perdite di tempo durante la slamatura e le foto documentali finiscono per stressare a tal punto l’animale da indurlo ad allontanarsi dalla zona di frega, oltre a creargli possibili danni interni durante la manipolazione), ma finiscono anche per ritorcersi su loro stessi , nel senso che quel pesce magari morirà, oppure non deporrà le migliaia di uova di cui è potenzialmente capace, riducendo di conseguenza le possibilità di reclutamento della specie e quindi le opportunità di pesca future. Meditiamoci su.
 
  
Dott. Federico Ielli



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1-2-3) Presa opercolare per il salpaggio e rilascio di un luccio. Tali operazioni vanno effettuate secondo ben precise modalità, onde non danneggiare l’animale e garantirgli una successiva ripresa delle funzioni fisiologiche



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4) Anche le foto documentali andrebbero effettuate in acqua, onde evitare possibili panature e perdita di muco e di squame, deleteri soprattutto nel caso dei salmonidi



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