Un padre dell’autocostruzione nello spinning italiano
Lo scorso mese di luglio ci ha lasciati Moreno Bartoli, figura centrale nello sviluppo dello spinning moderno in Italia e punto di riferimento assoluto per l’autocostruzione di esche artificiali.
A ricordarlo è Leonardo Dinelli, da poco entrato a far parte dello Spinning Club Italia, ma legato a Moreno da una lunga amicizia e da anni di esperienze condivise tra fiumi, mare e tavoli di dimostrazione.
Chi è Leonardo Dinelli
Leonardo Dinelli, conosciuto nei vecchi forum di pesca con il nickname Leospin, pesca praticamente da sempre. Nato e residente a Viareggio, ha iniziato il suo percorso in acqua dolce, ambiente che considera tecnicamente più impegnativo rispetto alla pesca in mare.
Pratica lo spinning dall’inizio degli anni Duemila e, parallelamente, si dedica con passione all’autocostruzione di esche artificiali. Insieme a Moreno Bartoli ha partecipato a diverse edizioni della Fiera della Pesca di Vicenza, svolgendo attività dimostrative e divulgative presso lo stand della rivista La Pesca Mosca e Spinning.
Il ricordo di un amico, ma non solo
Parlare di Moreno potrebbe facilmente trasformarsi in un ricordo personale. Ma non è questa l’intenzione.
Moreno Bartoli è stato, al pari di Giandomenico Bocchi, uno degli uomini che hanno scritto pagine fondamentali dello spinning italiano. Il suo contributo non è stato marginale: è stato strutturale.
È stato uno dei padri dell’autocostruzione in Italia — per molti, il più grande — e ciò che lo distingueva non era solo la competenza tecnica, ma la sua straordinaria semplicità e disponibilità. Forte di anni di docenza scolastica, aveva la naturale capacità di spiegare, condividere e mettere chiunque a proprio agio.
La rivoluzione dell’esca “specifica”
Moreno ha cambiato il modo di concepire l’artificiale da spinning.
Sul suo sito — ancora oggi online — campeggia una frase che riassume perfettamente la sua filosofia:
“Esche specifiche, per pesci specifici, in acque specifiche.”
Non era uno slogan, ma un metodo.
Ogni esca era il risultato di centinaia di lanci, prove, errori, correzioni. Ogni artificiale nasceva per uno scopo preciso. Non solo in funzione della specie target, ma anche delle condizioni ambientali: profondità, corrente sostenuta, situazioni dove le esche convenzionali risultavano inefficaci.
La sua ricerca non si fermava mai alla superficie del problema: andava oltre.
La diffusione dell’autocostruzione in Italia
La presenza costante alla Fiera di Vicenza, la partecipazione attiva ai forum di pesca negli anni della loro massima diffusione e la pubblicazione di due libri dedicati all’autocostruzione hanno contribuito in modo determinante alla crescita del movimento in Italia.
Molti autocostruttori che oggi hanno trasformato la loro passione in attività imprenditoriale devono a Moreno una parte importante della loro formazione.
Le origini e il percorso
Moreno ha iniziato a pescare da adolescente sul fiume Serchio, affiancando il padre nelle battute di pesca.
Le tecniche erano quelle dell’epoca: la passata con la canna fissa “fiorentina”, poi le prime canne da lancio con mulinello, che sarebbero diventate le “bolognesi”.
Ha fatto parte della nazionale italiana di pesca quando il Commissario Tecnico era Carlo Chines. Successivamente si è dedicato alla pesca a mosca, attività poi abbandonata a causa di una fastidiosa epicondilite.
Da lì, il passaggio definitivo allo spinning.
Ed è in questa veste che lo abbiamo conosciuto, apprezzato e stimato.
Un’eredità tecnica e culturale
Se Giandomenico Bocchi ha fatto conoscere e apprezzare lo spinning in Italia, quando ancora non esistevano attrezzature specifiche, Moreno Bartoli ne ha svelato il cuore tecnico.
Ha insegnato a comprendere l’artificiale, a progettarlo, a renderlo funzionale.
Ha trasformato un approccio generico in una disciplina tecnica e ragionata.
Se nel mondo della pesca esistesse una Hall of Fame, entrambi meriterebbero di farne parte.





