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La garzetta sull'acqua - N° 1

Scritto da Gian Domenico Bocchi.

La Garzetta, durante uno dei suoi voli ad alta quota, è arrivata fin lassù dove svolazzano le anime dei trapassati evitando accuratamente, missili, aerei, satelliti e mercanzia varia.

Per puro caso ha incontrato anche Confucio, autore del famoso detto : “Se in riva al fiume vedi qualcuno che ha fame, non regalargli un pesce, ma insegnagli a pescare”.

Lo ha visto piuttosto arrabbiato: “ Pensavo di aver detto una gran cosa, ma ho scoperto che oggi, a due millenni e mezzo dalla mia scomparsa, se ne sono sentite di tutti i colori. Ad esempio, qualcuno ha affermato che  avrebbe imparato a pescare volentieri, a patto che gli si dessero i soldi per comperare l’attrezzatura.

In Italia, con una valanga di affamati, si erano fatti arrivare i fondi per l‘attrezzatura dall’ Europa, ma gli addetti ai lavori se li erano mangiati tutti. Poi c’erano stati quelli, schiappe per natura, che non erano mai riusciti a prendere un pesce decente e che , allora, avevano deciso di diventare articolisti esperti per le riviste di pesca. E via di questo passo – aveva continuato Confucio -, ma il bello è venuto dopo, ovvero adesso. Si è insegnato a pescare alla gente, questa ha imparato, poi le si è quasi imposto di rimettere i n acqua tutto il pescato perché è entrata in vigore la legge del no kill, che non significa che non se ne può prendere un chilo, ma neppure un etto ( No ett), né un grammo ( No gramm). Morale della favola, adesso sono costretto a dire: “Se in riva al fiume vedi qualcuno che ha fame, non regalargli un pesce, ma un panino col salame o il prosciutto .”. A meno che non si tratti di un vegano …”.

Tale episodio, assolutamente reale e ben documentato come certe catture degli schiappofili, ci riporta rapidamente alla realtà.

Sì, è verissimo che il mondo della pesca è cambiato. Questo,mese più, mese meno,è il cinquantesimo anniversario della nascita dei pescatori con un occhio alla canna e uno alla natura. C’è anche chi, per evitare di diventare strabico, li usa ambedue a giorni alterni: uno alla canna e uno alla natura.

E quelli che anziché la canna, usano la bilancella? Be’, non cominciamo a fare i pignoli.

Adesso, e possiamo dirlo ad alta voce e a fronte alta pure lei, adesso, finalmente i lanciatori ,o spinningolfili, o lanciofili, o cacciatori dei fiumi e compagnia, sono diventati la punta di diamante nella difesa di pesci e acque, gli unici nel modo più assoluto che praticano un sistema di pesca che si potrebbe spesso definire una porta di accesso alla ricerca scientifica.

Il perché lo abbiamo già visto duecentodieci volte, per cui è meglio mettersi subito in pista per tornare sull’acqua.

 

L’arte, la pesca e la ricerca scientifica

Capita ogni tanto di sentir dire :”L’arte della pesca”. C’è anche il magnifico libro di Larry Koller che ha tale titolo. Lo dicono in tanti, quale che sia il sistema praticato. Lo aveva detto anche l’altro giorno un tizio che, rimboccatesi le maniche, stava facendo un gigantesco pastone contenente aromi che avevano fatto fuggire tutti i gatti del circondario, bigattini, vermi, sfarinati puzzolenti e via di seguito. Con occhi sognanti ci aveva detto: “Sì, la pesca è veramente un’arte”

 Il buffo è che si dice “arte” come se tale termine fosse altamente qualificante. Andiamoci piano.

Personalmente non ho proprio niente contro l’arte tradizionale in tutte le sue forme e fin da bambino sono stato oggetto delle cariche del settimo lancieri che, a casa e a scuola, volevano convincerci che solo l’arte vuol dire cultura. Ma erano tutte balle e lo si è scoperto non appena il magico mondo della ricerca scientifica è arrivato a portata di mano. Si è così accertato che la cultura naturalistica avrebbe dovuto raggiungere il novantanove nove per cento dei consensi, e invece era la Cenerentola. A bloccarla era stato quel “mondo chiuso” dell’uomo che ha preso il nome di arte da tempi remoti.”Chiuso”, perché termina là dove finisce di volta in volta la cosiddetta opera d’arte.

 Una volta scoperta la natura, si entra invece nel “mondo aperto” e senza confini dato che la ricerca scientifica non ha limiti.

Questa mini precisazione è destinata a quei tanti, giovani e non più giovani, che ancora non sanno che è un mondo che necessita della collaborazione di tutti. Come, dove e quando, lo vedremo pian piano.

Per favore, non diteci che la pesca è un’arte

Dalle origini in poi, è sempre stato un gioco, un passatempo per quando non c’erano problemi ben più urgenti da risolvere.

In realtà, parafrasando quanto si afferma di solito per la filosofia, l’arte è una disciplina “ per la quale, con la quale e senza la quale, il mondo rimane sempre tale quale …”

 Vero e sacrosanto. Se si fosse vissuti solo con l’arte, senza studi o osservazioni scientifiche, saremmo ancora nelle grotte o sulla palafitte.

Per favore, non diteci che la pesca è un’arte

Oggi, poi,  l’arte in genere è degradata in modo pauroso. È diventata una fucina di imbrogli, di falsi, di “montature” mentali assurde e tendenti a far credere che cultura vuol dire quasi soltanto conoscenza dell’arte.

Per favore, non diteci che la pesca è un’arte

 Oggi l’arte moderna ha trasformato la cultura in coltura. Si è semplicemente trattato di convincere il maggior numero di persone che per essere falsamente colti era necessario recitare la parte degli appassionati di pittura o altro. Si è trattato, quindi , di una vera e propria “coltura”, di una “coltivazione” di

un sempre crescente numero di quegli individui  che, oggi, formano le processioni pronte a recarsi là dove il mago artista chiama e dove gli affaristi si fregano allegramente le mani.

Per favore, non diteci che la pesca è un’arte

C’è pure il lato comico, ad esempio con quadri dipinti dalle scimmie, di pezzi di stoffa o di legni incorniciati ed esposti al “colto pubblico” ( colto: da coltura), fino ad arrivare a quel famoso paio di occhiali dimenticati in terra in una delle sale e scambiati per un’opera d’arte.

Per favore, non diteci che la pesca è un’arte

Si diceva più sopra che la pesca naturalistica è invece la prima porta seria che ci permette di entrare in un mondo perfettamente reale e che come cultura è il non plus ultra.

Non diteci che la pesca di studio e di ricerca scientifica è un arte: al sentirsi definire indirettamente artisti, i “pescatori ” in questione potrebbero anche offendersi

 

Aspi, cavedani e … natanti

 

L’episodio che segue è “ vita vissuta” di Enrico Sordi di Brembio (Lodi).

Il fiume è il Po, il periodo è quello dell’estate avanzata, la zona è una massicciata-prismata-pennello che comincia qui e finisce là in fondo, l’anno è il 2016.

Gli artificiali girano a vuoto che è un piacere. Lancio lungo, lancio breve, recupero regolare, irregolare, a scatti, o in altri trentadue modi. Niente.

L’amico perde la fiducia e comincia a cercarla a lungo. “Eppure l’avevo messa qui … No, forse l’ho lasciata là in fondo”.

Ad un certo punto, sulle quasi placide acque del Grande Fiume, molto in magra anche se ha fatto una cura ricostituente, si sente il rumore di un  motore in avvicinamento. Si tratta di un’ imbarcazione che arriva tranquilla e che, anche se va piano, solleva onde che vanno a battere e sbattere sui massi della prismata con un effetto di mare mosso formato ridotto.

Visto che la fiducia non l’ha trovata, ma che ha ancora la canna in mano, l’amico fa un bel lancio modella “Manuale del lanciatore” e un altrettanto bel recupero. Il suddetto recupero, però, si blocca a metà corsa , perché un incavolatissimo aspio ha deciso di bloccare l’artificiale.

Altro lancio, altro recupero in diagonale cercando di fiancheggiare un po’ la sponda e … altra botta con l’aspio numero due che finisce a riva.

Poi tutto si calma di nuovo. L’effetto delle onde sollevate dall’imbarcazione è cessato ed è tornata la calma. Sembra quasi che gli aspi non siano mai esistiti.

Però, e qui viene il bello, l’episodio si ripete quasi tal quale al passaggio di un altro natante e con altrettante onde che costringono gli aspi ad attaccare. 

Perché capita uno scherzo simile? Per ora si sono fatte ventisei ipotesi e mezza, ma nessuna convincente.

Perché le onde mettono in subbuglio  i pesci piccoli? Perché fanno uscire dalle tane tra i massi animaletti vari? Perché tale brusco movimento d’acqua fa scattare l’istinto d’attacco degli aspi?

 C’è poi una cosetta decisamente interessante. Si dice tante volte che l’aspio è il parallelo del cavedano e che si comporta allo stesso modo. Non è vero che sia sempre così, ma in questo caso sembra accertato..

Già negli anni cinquanta e sessanta, quando eravamo spesso ospiti fissi del “pennelli” o delle prismate del Po, di cavedani ce n’erano a milioni ( si  fa per dire), ma poteva ugualmente capitare che si rifiutassero di prendersela con gli artificiali. Si girava a vuoto, poi, cosa allora abbastanza comune, ecco arrivare in distanza la “bettolina”, come chiamavamo allora le grandi chiatte che trasportavano lungo il Po montagne di sabbia. Grosse e pesanti, spostavano tanta di quell’acqua da formare vere e proprie ondate che andavano ad infrangersi sulle massicciate che, a quei tempi, ospitavano centinaia di pescatori alla passata quasi spalla a spalla. Era buffo sentir gridare da monte. “Bettolinaaa!!!” e vedere da là in fondo e progressivamente la fuga dei pescatori verso l’alto del pennello raccogliendo in fretta tutto quello che avevano posato in terra per evitare che le onde portassero tutto nel fiume.

Anche allora, con i cavedani, capitava lo stesso identico scherzo degli improvvisi attacchi al rotante.

La socia, o consorte se si preferisce, da allora è rimasta una fanatica dei passaggi dei natanti e delle onde. Adesso, però sta esagerando, perche l’altro giorno ha tentato di sfruttare le onde di una canoa …

A questo punto non ci resta che elencare tutte le ipotesi e studiarle una per una. In circa un secolo dovremmo trovare la soluzione giusta.

Intanto, una cosa è risultata evidente: studiare il comportamento del pesce e scoprirne gli aspetti più strani è una delle cose più divertenti di quando si è a pesca. Ma sono ben pochi quelli che lo fanno o lo sanno fare. C’è chi guarda l’acqua e si accorge del minimo segno o segnale per trarre interessanti ipotesi o conclusioni e c’è  chi tutto quello che scopre è che toccando l’acqua  ci si bagna.

Appartiene al primo gruppo quel tal Enrico Sordi sopra nominato che, ormai, merita a tutti gli effetti di essere nominato consulente scientifico della neonata Garzetta. Che abbia un occhio particolarmente felice è un fatto. Detto per inciso, la stessa cosa vale anche per l’altro occhio ... Da ottimo lanciatore , non solo è sempre alla ricerca di innovazioni ottimali a seconda delle condizioni, ma, come già detto l’altra volta, è perennemente alla ricerca degli episodi più strani.

Vuol dire che, se riesco a convincerlo, gli farò raccogliere tutti gli episodi ittiologicamente strani che mi ha raccontato in una specie di libro intitolato : ” La pesca ai confini della realtà”.

Chissà che non ci riesca …

 

 

Noterella tecnica

Quante volte abbiamo avuto voglia di avere per le mani un ondulante piuttosto largo, ma abbastanza leggero e tale da poter esser fatto lavorare bene anche a galla?

Mai.

Cominciamo bene.

 Facciamo finta, allora, che ci capiti siffatta occasione al mare o in acque dolci grandi e piccole, comprese quelle della vasca da bagno. A noi era si era presentata la scorsa estate 2016 :

“ Buon giorno. Sono l’occasione. Permettete che mi presenti? ”.

Permesso accordato,  avevo messo mano ad una serie di ondulanti preparati per l’occasione e ancora tutti da provare anche per siluri, sandre, aspi e, là dove esistono ancora, per lucci e bass black (detti anche black bass).

 In mare, là tra Bocca  d’Osa e Bocca Albegna, in un mese e in una decina di battute ne avevamo presi una quindicina, tutti tra i sessanta e i novantacinque chili. Uno di circa centoventi se ne era andato all’ultimo minuto. E’ chiaro che non si era trattato di pesci, ma di bagnanti in transito che si fermavano a dare un’occhiata a tale artificiale strano.

Passiamo subito alla preparazione.

Se si hanno per le mani i ben noti Martin da 20 e 28 grammi, si smontano ( pronti eventualmente a rimontare il tutto in tre primi e ventisei secondi) e col trapano si fanno, o si fanno fare, due fori alle estremità della paletta (A). A questo punto, si montano sia la girella di testa che l’ancoretta di coda (B) e il gioco è quasi fatto. Detto a titolo di curiosità, per avere una aggancio e uno sgancio rapido, ad esempio per passare dall’ancoretta all’amo semplice e viceversa, da non poco tempo mi sono deciso ad utilizzare i consueti moschettoni. Quando sento qualcuno che solleva critiche, gli do ragione e, al massimo, cambio moschettone. L’ultima operazione (C) consiste nel fare una leggera piegatura in coda e nel metter mano ai pennarelli permanenti e resistenti all’acqua per creare le livree più strane.

I risultati sono garantiti, permettendo anche la cattura di pesci erbivori : basta tinteggiare la paletta di un bel verde “foglia di insalata”.

 

Come ti frego il profano

Bella la foto che mostra il bottino dei predoni del Po! C’è anche qualche grossa carpa e c’è anche una sandra, o lucioperca se si preferisce! Visto che distruggono tutto?

Calma e sangue freddo. Il povero profano ci casca ( e chi lo ha così imbrogliato, sapendo che lui, poveraccio, non ha conoscenze di alcun genere, dovrebbe a dir poco vergognarsi ), ma anche il più giovane, o il più scalcinato dei pescatori sa che di carpe e di lucioperca nella pancia dei siluri ne sono finite a migliaia. Sa anche che si tratta di pesci che: 1) nessuno vuole se non uno striminzito 2-3 per cento di pescatori e cioè le carpe- 2) sono pesci stranieri (lucioperca) che per legge andrebbero eliminati.

C’è un risvolto divertente, ci ha detto la Garzetta: a cadere in questa serie di imbrogli continuati a danno dei profani non c’è soltanto l’illustre cittadino comune che conosce il pesce solo se glielo presentano ( “Piacere, sono un pesce”- “ Piacere mio. Lo sono anch’io, dato che, pur essendo un Homo sapiens, ho  abboccato come un carassio a digiuno”), non c’è soltanto lui, dicevamo, ma la Garzetta ci ha confermato che sono rimasti vittima delle truffa anche tanti giornalisti che ci sono caduti come le pere mature, o addirittura tanti assessori che si sono lasciati abbindolare da ciarlatanerie varie.

La fola è sempre quella. Noi italiani siamo agli ultimi posti della classifica come educazione naturalistica.

C’è chi ne approfitta e … “ sempre sia lodato quel pirla che ha abboccato”

 

Problemi di geometria: volume o superficie?

La nostra beneamata Garzetta è stata testimone, pochissimi giorni addietro, di una accanita discussione riguardante la pastura gettata a piene mani nelle acque di un laghetto della superficie di circa diecimila metri quadri e con una profondità media di circa 8 - 10 metri. Facciamo dieci solo per semplicità di calcolo.

Tira le somme, molla le divisioni, aggiungi le sottrazioni e arrotonda le radici quadrate, moltiplica pani e pesci (no, questa è un’altra parrocchia …), salta fuori che il volume è di ben centomila (eh, la mucca!) metri cubi.

A questo punto, mettiamo che ci sia un buon numero di amanti della natura, di rispettosi del mondo delle acque e di difensori della fauna pinnuta che abbia la felice idea di scambiare tale laghetto per una discarica e che si metta a gettare dentro sostanze organiche in quantità industriale (sfarinati, vegetali vari, impasti).

Facciamo finta che siano soltanto in trenta. Possono usare quattro chili di pastura a testa e cioè 120 chili in un giorno. Magari, fosse così! Solo che tali magnifici trenta, ligi alle leggi dettate da un promotore dei “letti di pastura” preparati in anticipo e delle pasturazioni progressive, iniziano a pasturare anche due mesi prima e in sole dieci volte i sunnominati 120 chili diventano rapidamente ben più di milleduecento.

Milleduecento chili in centomila metri cubi sono una cantata, sono soltanto dodicimila etti, ossia 1.200.000 grammi, ovvero poco più di dieci grammo per metro cubo. Roba da ridere …

No. Roba da piangere se si pensa che il conto non va certo fatto in tal modo, dato che il materiale “inquinante” non è solubile , ma finisce per depositarsi tutto su fondo.

Un milione di  grammi sparsi su una superficie di diecimila metri quadri fanno cento grammi per metro quadro. Ed è già un’esagerazione come concimazione.

Ma non basta. La pastura non viene distribuita uniformemente in tutto il lago, ma soltanto fin là dove si riesce ad arrivare lanciandola e cioè in circa un quarto della superficie. Ergo, quattrocento grammi di “mangime-concime” per metro quadro. Ed è una super-esagerazione, anche tenendo conto che la metà del lago non contaminata sul fondo, subisce ugualmente i danni prodotti all’ossigeno e altro di quella inquinata.

Occhio alle fregature, insomma. Quando vi verranno a raccontare che il volume è tanto, provate a raccontare loro che esiste anche la superficie …

                                                              

 

Lo spinning e la ricerca scientifica

Al sentir parlare di “ricerca scientifica” qualcuno può anche spaventarsi:

“ Ma stiamo scherzando? Noi pescatori andiamo sull’acqua per riposarci e divertirci, mica per  fare lavori impegnativi  Dobbiamo solo pensare a pescare …”

Che ci crediate o no, un siffatto discorsetto delirante lo aveva fatto vari anni addietro un articolista sulle pagine di una rivista di pesca. Per fortuna non era un lanciatore, o patito di spinning che dir si voglia.

 A proposito del suddetto spinning, abbiamo già detto tante volte che è l’unico sistema che possa essere considerato come porta di ingresso per l’affascinante mondo della ricerca. Già l’utilizzo di esche artificiali destinate a suscitare le più strane reazioni del pesce vuol dite tanto. Si imparta a conoscere un tipo di comportamento, una “risposta” sempre diversa secondo le zone, in acque ferme o mosse, grandi o piccole, d’alta quota o di mare, limpide o torbide e via di seguito. Ma non siamo che all’inizio, perché il lanciatore è praticamente l’unico che può essere sempre in circolazione per dodici mesi all’anno, dappertutto e con qualsiasi condizione, si rifiuta  di prendere il pesce per fame, eccetera Basta così?

No. Il patito di spinning, anche senza tanti titoli  o titoloni accademici, ma con una buona pratica e con una incommensurabile voglia di scoprire quanto più possibile della vita nelle acque, può diventare un validissimo aiuto anche per ittiologi e compagnia. Tantissime volte, infatti, l’ittiologo può o deve rivolgersi al pescatore per avere notizie utili. E il buffo è che spesso, come è effettivamente successo, rimane imbrogliato, perché a dargli le informazioni è il solito pescatore modello “palloncino gonfiato” che fa finta di sapere tutto e che invece non conosce neppure le cose più elementari. Ma ne abbiamo già parlato in precedenza.

Come può iniziare un tizio che voglia fare una pesca “scientifica”? Vediamo un brevissimo elenco.

Prendere nota dei particolari della zona in cui si va a pescare:

 Caratteristiche generali ( fiume, lago, canale, eccetera)- Tipo di acque (profonde, basse, variabili- Limpide, torbide opache, eccetera)- Letto del corso o del lago ( vegetazione, sabbia, ghiaia, varie)- Ambiente circostante (con o senza vegetazione, eccetera)- Variazioni di livello o altro nel corso dell’anno (basta chiedere ad altri pescatori che conoscono bene la zona) – Imparare pian piano a conoscere il popolamento presente nel tale periodo o sempre ( è la parte più complicata, ma anche la più interessante)

Questo è soltanto un minuscolo inizio di tutto quanto si potrà fare. Un domani, magari, impareremo anche a dissezionare il pesce per scoprire tante cosette interessanti, o a studiare i microrganismi presenti che sono le basi della vita ittica, eccetera.

Per ora teniamo presente che la natura non ha confini.

 E che quindi non ci vuole il passaporto …

 

Il bracconiere

“ Come? Ancora lei? E’ la terza volta quest’anno che ci vediamo”

“ Ha ragione, signor giudice. L’ avevo detto, ai guardiapesca, che era inutile venirle a rompere le scatole, ma loro non ne hanno voluto sapere”.

“ Dunque, vediamo.  Anche ‘sta volta è stato colto sul fatto”

“ Non è vero, signor giudice. Io sul Canale Fatto ci andavo da ragazzo. L’ultima volta, invece, mi hanno colto sul Canalazzo, classico canale del …”

“ Parli pulito, altrimenti la incrimino anche per questo. Dunque, mi hanno segnalato che stava pescando in periodo vietato , con attrezzi pure vietati  e senza licenza”

“ Mi perdoni, signor giudice, ma con gli attrezzi vietati non ci vuole la licenza. Sarebbe un controsenso”

“Ma lo sa che ad ogni anno che passa, voi aumentate di numero?”

“E’ vero. Noi bracconieri siamo tantissimi. Dicono che siamo noi, quelli vecchio stampo, che roviniamo le acque e invece sono i pescatori “legali” che mettono dentro pesciame straniero dannoso e addirittura lo proteggono. Non basta: adoperano sistemi di pesca che non sono per niente sportivi, gettano quintali di pastura, si impossessano delle zone varie, ne combinano di tutti  i colori. Al confronto, noi bracconieri di una volta siamo dei tutori di pesci e pesca … “

“ Purtroppo sono costretto a darle ragione, ma le sue colpa rimangono. Secondo lei, quale pena dovrei infliggerle? Devo essere clemente? “.

“ No, signor giudice. Ho già uno zio che si chiama Clemente e preferisco non fare confusione”

“ Be’, ancora per ‘sta volta mi limito a darle una multa puramente simbolica di cento euro e così … Ma dove sta andando improvvisamente di corsa?”

“ A prendere altro pesce nel Canalazzo per venderlo subito e procurarmi i soldi per pagare la multa”

“Sempre con gli stessi attrezzi vietati?”

“No. Con le mani. O con i piedi e a calci se sono pesci stranieri. Sa, se le acque non le difendiamo un po’ noi bracconieri, chi vuole che lo faccia?”

 

I pesci e l’evoluzione

Il mondo delle acque è quello veramente magico che da sempre ci ha regalato sorprese su sorprese.

Nelle terre emerse, uccelli, mammiferi, oltre a poche centinaia di migliaia di altre specie, sono abbastanza ben conosciuti anche dall’ uomo della strada. Quale strada? Non si è ancora stabilito se si tratta di solito di via Garibaldi o di via Mazzini, ma si provvederà in tempi brevi.

Se si tratta del mondo sommerso, invece, nella stragrande maggioranza dei casi si tira ad indovinare .

Facciamo qualche esempio. Anzi, no. Facciamone solo uno per non tirarla alla lunga.

Prendiamo il luccio (magari, potessimo prenderlo!). Ecco alcuni pareri: quando le acque sono limpidissime, è molto difficile vederlo attaccare l’artificiale – quando le acque sono limpidissime è facilissimo vedere  un attacco dopo l’altro – con il freddo intenso il luccio si ferma – con il freddo intenso il luccio è in piena attività. Eccetera.

Andando avanti con gli esempi e con i vari pesci si potrebbero riempire trentasei pagine e otto righe senza concludere un accidente.

E’ sempre colpa delle condizioni ambientali o di fattori estranei non ben valutabili?.

No. Gli ittiologi, sempre attentissimi a quanto avviene in acqua ( specie al mare quando le dolci fanciulle al bagno sono più numerose), hanno scoperto un fatto strano: nel mondo ittico, chissà per quale motivo, le mutazioni sono diventate incredibilmente più numerose. Vediamone qualcuna a titolo di esempio.

La prima riguarda un nuovo tipo di carpa a crescita rapida. La primavera scorsa (2016) abbiamo visto catturare un esemplare che, pesato su posto, era tre chili e due etti circa. Dopo un mese, tornati in loco abbiamo incontrato il catturatore che ci ha riconosciuto e ci ha parlato di quella bella carpa di quasi cinque chili . Poco tempo fa lo abbiamo incontrato di nuovo e, dopo averci salutato allegramente, ha detto: “ Sì,  però, di belle come quella che avevate visto anche voi, quella da otto chili, non ne ho più viste”. Come crescita rapida, questo Cyprinus carpio gonfiatus è un record.

Un’altra mutazione ormai classica e conosciuta da tempo, è quella che riguarda le cheppie del Taro pescate a mosca. Viene chiamata il causa l’ Alosa fallax  multiplicabilis ,ma unicamente quella che viene catturata soltanto a mosca e soltanto dai moschisti. E capita soltanto in questo fiume …

La prima osservazione risale ad alcuni anni addietro. Ne sono risalite poche, e prenderne una o due è già un mezzo miracolo. Stiamo pescando nella piana appena a monte di Viarolo assieme a due moschisti che riescono a prenderne una a testa.  Noi giriamo a vuoto fino a sera, poi salutiamo il fiume .

Il giorno dopo, altra uscita a cheppie, altro tentativo nella stessa piana. Ci sono anche i due moschisti di ieri che non ci hanno riconosciuto. C i avviciniamo per fare le solite due chiacchiere e diciamo che ieri ci è andata buca. E avviene l’inaspettato:

 “ Noi due, ieri verso quest’ora, ne abbiamo preso una ventina”. Una vale dieci, insomma …

Un'altra volta, sempre in condizioni simili e cioè con noi presenti, un altro che ne aveva prese tre, ne ha “sparate” trenta. Sempre uno a dieci …

 Da allora, visto che si era scoperto che la stessa fola era capitata anche ad altri pescatori, abbiamo scoperto che quelle dei moschisti del Taro sono una mutazione: ogni cheppia presa, si suddivide in dieci sottocheppie. Be’, scherzi di madre natura …

 

Fotocronaca

Mentre era in volo sui laghi di Mantova in quel di Belfiore, la Garzetta si è imbattuta in una riunione  al vertice del C.I.T.A  ( Congrega Internazionale Tutela Acque) e si è sentita in dovere di andare ad intervistare il presidente (al centro nella foto). Queste, in sintesi, alcune dichiarazioni:

“ Noi tutti siamo particolarmente legati alle acque ed è nostro preciso dovere difenderle. Non riusciamo mai a rimanerne lontano troppo a lungo e adesso, appena terminata la riunione vi torneremo rapidamente.

Apparteniamo al CITA che, come saprete, era la scimmia di Tarzan. Lei era abituata a saltare di liana in liana e ad arrampicarsi sugli alberi.

Noi, qui in Italia, faremo quello che abbiamo sempre visto fare dai vostri addetti ai lavori : ci arrampicheremo non sulle liane, ma sugli specchi “

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