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Una marmorata da sogno

Scritto da Manolo Pietro Sala.

Lungo la strada provinciale che da bambino percorrevo spesso in bicicletta, c’èra una sorgente proprio sotto il ciglio stradale. Molte volte in primavera mi fermavo a bere, e con l’occhio seguivo quel rigagnolo per capire da dove arrivava. Fu in quell’occasione che vidi per la prima volta un pesciolino, e per capirlo dovetti farmi largo tra le erbe prima, e canne alte un metro dopo. Scarpinai su un terreno umido prima e acquinitroso, man mano che mi addentrai in un pantano spaventoso in cui era spiacevole muoversi. Tra le canne alte un metro cercai di orientarmi e di trovare dei punti di riferimento, che individuai in due robinie cadute sul terreno molliccio. Tornai a casa e raccontai tutto a mio padre, che incredulo mi disse che erano anni che non si vedeva un pesce in quel rigagnolo. La domenica mattina tornammo in quel luogo. Erano circa le sei, mio padre carica sul sellino della bicicletta applicato alla canna orizzontale e partimmo. Arrivati alla sorgente pretese di andare avanti, io gli indicai le due robinie cadute. Proseguimmo con cautela fino ad arrivare all’acqua che già arrivava alle ginocchia, trovammo uno spiazzo e ci fermammo. Il terreno era solido e da lontano vedemmo il fiume. Davanti a noi una landa circondata da un canneto, qua e la dei passaggi per poter accedere all’acqua. Mio padre preparò le canne e iniziò a pescare. Allora si usava un turacciolo pitturato di rosso, un filo non troppo sottile e come esca un verme di letame spesso come un dito. Chiesi a mio padre se potevo raggiungere il fiume, con il capo fece assenso, mi incamminai, arrivai al fiume dove l’acqua gorgogliava e formava un piede di terra o un dislivello del fondo che formava un forte turbinio. Con una canna di fibra e un ondulante ispezionai il fondale, lanciai a monte e a valle finché mi stancai. Ero inquieto e ritornai da mio padre. Lui era intento a seguire il turacciolo che balbettava qualcosa prima di affondare metodicamente, e lui recuperava senza forzare pesci gatto e scardole. Si tenevano i più grossi, sui trenta centimetri,e ci voleva forza e decisione per non farli andare a intanarsi nei rami del fondo. Si slamavano mettendogli un dito in bocca e poi finivano in un secchio caldo nell’acqua. La pesca fatta di complicità silenziosa mi faceva sentire più grande perché sapevo far tutte le cose che servivano senza domandare niente. Ritornai sul raschione del fiume con molti più stimoli di prima. Iniziai a pescare, lancia l’ondulante non più verso monte ma davanti a me, lo lasciavo scendere nella corrente, e recuperavo lentamente. Sentii dei passi, mi voltai, era mio padre, che mi spronò a pescare con più convinzione. Ora lanciavo più convinto, grazie alla sua presenza dopo un ennesimo lancio, sentii uno strattone, là sul fondo blu cupo, quasi che la canna mi fosse strappata di mano. Era qualcosa di grosso che dava dei colpi poderosi per liberarsi. Reagii alzando la canna a due braccia, il pesce era più forte di me, chiamai mio padre che se la stava ridendo, e mi suggeriva di continuare a tenere alta la canna. Rideva ma era emozionato pure lui. Il pesce andava avanti e indietro e si avvicinava sempre di più alla riva. Ad un certo punto il pesce puntò contro di me, alzai la canna al massimo. Improvvisamente decise di prendere aria e con un salto spettacolare uscì dall’acqua vidi la sua enorme mole: era una trota marmorata di circa tre chili. La coda schiaffeggiò l’acqua e ritornò sul fondo, per riemergere subito dopo, rialzai di nuovo la canna, oramai stremata, a me tremarono le gambe e la trota oramai era sul ghiareto, che ansimava sfinita dalla lotta. Ad un tratto sentì freddo aprii gli occhi e mi accorsi che stavo sognando di mio padre, che ora non c’è più. Un sogno stupendo, un sogno che sembrava realtà.

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